Il Mauriziano

Anche nomi di luoghi possono elevarsi a rappresentativi. Dante ne lasciò uno col suo «bel San Giovanni» che tante volte e sempre con tenerezza ineffabile torna variamente parafrasato nel grandissimo poema. «Sorga» , e «Valchiusa» sono quelli del Petrarca. «Affrico» e «Mensola» quelli del Boccaccio.

Lodovico Ariosto volle tramandare col nome di «Mauriziano», perché situati presso la chiesa dedicata a San Maurizio vicina al ponte del torrente Rodano, il luogo e la villa tanto a lui diletti, dove abitò e compose opere poetiche quando gli anni suoi «erano fra aprile e maggio belli» e che ebbero precisa e ravvivante descrizione nella quarta satira diretta al cugino Sigismondo Malaguzzi, con questi nostalgici versi che sono riportati sul marmo di una lapide murata sul prospetto della villa:

Già mi fur dolci inviti a empir le carte
Li luoghi ameni di che il nostro Reggio,
Il natio nido mio, n’ha la sua parte:
Il tuo Maurician sempre vagheggio,
La bella stanza, il Rodano vicino.
Da le Najadi amato ombroso seggio,
Il lucido vivaio onde il giardino
Si cinge intorno, il fresco rio che corre
Rigando l’erbe, ove poi fa il molino.

La villa costantemente chiamata «il palazzo» sulle carte del XVI secolo, sorge a tre chilometri dalla città di Reggio Emilia, a mezzogiorno dalla via Emilia, dopo aver oltrepassato il cinquecentesco arco trionfale in cotto ad unico fòrnice, eretto forse da Orazio Malaguzzi e restaurato nel 1874 in occasione del IV Centenario della nascita e nel 1933 per il quarto centenario della morte dell’Ariosto.

Un viale fiancheggiato da pioppi, conduce alla villa che fu di proprietà dei conti Malaguzzi, la famiglia donde uscì Daria, la madre del poeta. Nel 1864 la villa, dichiarata dal Ministero della Pubblica Istruzione edificio monumentale, fu acquistata dal Comune di Reggio, che volle ricordare il fausto evento in una lapide collocata sul lato sinistro della porta, la cui iscrizione fu dettata da Prospero Viani. Sulla facciata in alto vi è un busto dell’Ariosto, opera dello scultore reggiano Ilario Bedotti, ivi collocata nel 1880.

L’edificio si presenta come una tipica, sobria costruzione rettangolare, a due soli piani, del quattrocento emiliano, con i muri a faccia vista, con piccole finestre coi cristalli a rulli di Venezia e scuretti in legno. Da notare come fin dal ‘500 fossero murate sulla facciata di levante, quattro lapidi romane rinvenute, salvo una, da scavi fortuiti nei terreni adiacenti che si estendevano per 120 biolche reggiane, di proprietà dei Malaguzzi e opportunamente staccate e trasportate nel 1884 nel Museo di Storia Patria di Reggio, come viene ricordato dall’apposita lapide (1).
Il pian terreno è costituito da una gran sala d’ingresso a vòlta a botte con quattro lunette sulle finestre ovali aperte verso i due ingressi e da una seconda sala, entrambe riadattate e restaurate probabilmente dopo il 1742 da Prospero Malaguzzi, il quale essendo stato ordinato cavaliere di Malta e dell’Ordine di San Giorgio di Baviera, volle fosse serbata memoria delle cerimonie in due quadri dipinti a fresco da un mediocre pittore, nelle pareti della gran sala d’ingresso, ove, pure sulle quattro porte d’accesso alle stanze, in quattro affreschi più coli, sono rappresentati altri fatti di famiglia come un ricevimento, una cerimonia di nozze, un battesimo, una vestizione.
Nella seconda sala, di analoga architettura della prima, ma molto più ristretta e con due grandi finestre a meriggio, lo stesso pittore settecentesco affrescò sulle pareti Lodovico Malaguzzi che fu Podestà di Siena e di Firenze dal 1477 al 1481, in atto di rendere giustizia, una ambasceria di Orazio Malaguzzi nel 1573, presso Filippo il re di Spagna, un episodio della battaglia di Lepanto (1571) contro i turchi, dove Alfonso Malaguzzi fu comandante di una galea, e finemente, con gran sfoggio di armati, il combattimento avvenuto nel 1233 nella piazza maggiore di Reggio, fra i Malaguzzi e i Ruggeri, rispettivamente sostenuti con le armi dai parenti e dai seguaci.
In questo affresco l’ignoto pittore settecentesco ha riprodotto una parte della piazza (Palazzo del Monte di Pietà, del Capitano del Popolo, del Vescovado, dei Canonici) così come doveva apparire all’epoca dell’affresco (intorno al 1750) e ha tentato una ricostruzione del Duomo ducentesco, mescolando motivi originali romanici a motivi gotici di dubbia autenticità. Quattro medaglioni monocromati, disposti a due per due sopra la porta d’ingresso e di quella a sinistra, riproducono personaggi della famiglia: Orazio I Malaguzzi conte Palatino e di Monte Obizzo, Orazio II Malaguzzi conte di Busanella, Valerio Malaguzzi conte di Gova, Valerio Malaguzzi conte di Cerreto.
Le altre due porte sono sormontate da una sola medaglia: in una è raffigurato l’Ariosto, nell’altra l’impresa cara al poeta: un alveare da cui escono le api cacciate dal fuoco, con il motto nell’esergo pro bonum malum. Sopra ogni medaglia vi è una aquila ad ali spiegate che alterna la penna con il lauro del poeta. Una iscrizione latina incisa nel marmo ricorda la visita che vi fece nel 1841 l’imperatrice Maria Anna Carolina, mentre era ospite in Reggio del Duca Francesco IV.
Sopra cavalletti sono collocati due quadri ad olio, uno donato dagli Eredi Malaguzzi Valeri, di ignoto pittore antico, raffigurante Lodovico Ariosto e sotto una iscrizione che vorrebbe ricordare la sua nascita avvenuta nella camera di mezzo al primo piano della casa Malaguzzi situata nella piazza Maggiore di Reggio. Questa asserzione, che si volle consacrare in una lapide di marmo nel 1800 (non più esistente), venne poi scartata da studi più recenti che provarono invece essere nato l’Ariosto in Cittadella, ove il padre abitava quale comandante del palazzo ducale che sorgeva sull’area degli attuali Giargini Pubblici, come viene ricordato in un cippo marmoreo ivi eretto.
Il secondo quadro rappresentante Daria Malaguzzi, la madre del poeta, è opera di un pittore di età posteriore, forse copia di un quadro più antico, forse ritratto immaginario. Proviene dalla Casa Venturi e il Comune di Reggio l’acquistò nel 1953 per ornare il Mauriziano. Da questa sala si entra, salita la scaletta di pochi gradini intagliati nella grossezza del muro, nelle tre stanzette di levante, intatte e conservate sempre le stesse, salvo qualche cattivo restauro e l’ingiuria degli uomini, dal tempo che furono abitate dall’Ariosto.
Le tre stanzette, basse, con finestrelle, hanno il vólto a lunette con capitellini pensili tutt’attorno e sono rozzamente affrescate con piccole ingenue storie tolte dai novellieri in voga e in gran parte guaste dal tempo.
La prima stanza, appena saliti i pochi gradini di cui s’è fatto cenno, è situata fra le altre due uguali. Era chiamata in un residuo dell’inventario dei beni del defunto Orazio Malaguzzi redatto nel 1583 dal notaio Claudio Gabbi, Camarino dei poeti, perché nei riquadri delle pareti, un pittore della seconda metà del ‘500 riprodusse le figure di poeti antichi e moderni, assisi a gruppi su montagne che dovrebbero rappresentare il Parnaso, e disposti a varie altezze, secondo la nobiltà della loro fama. Sotto a ciascuno è indicato il nome. Fra questi l’Ariosto è raffigurato tre volte, ma il suo nome è stato tramutato la prima in Ennio, la seconda in Aretino e la terza in Petrarca.
Riproduciamo l’elenco degli illustri poeti rappresentanti, come li ebbe a citare Alessandro Miari nel prologo della sua favola pastorale «Il Mauriziano» (anno 1584) così da riempire i vuoti e da correggere le manomissioni dovute ai guasti del tempo e agli sgorbi e ai rifacimenti ignoranti degli uomini.
Avvertiamo che i nomi fra parentesi quadre sono quelli mutati in epoca posteriore.
Iniziamo dal primo compartimento, seguendo il giro dei successivi da sinistra a destra.
Dalla vetta del primo monte sorge un tronco a cui sono appese cetre, arpe e violoncello a simboleggiare la poesia lirica, e sotto stanno Saffo, Catullo, Anacreonte, Pindaro, Orazio, Bembo, Petrarca e il Pigna.
Nel secondo compartimento, sotto un tronco da cui pendono, a guisa di trofeo, corazze, spade, scudi con evidente riferimento alla poesia epica, sono seduti sulle falde del monte.
Omero, Virgilio [Sadoleto], Esiodo, Museo, Apollonio, Stazio Lucrezio, Lucano, Silio Italico, Valerio Flacco, Boccaccio, Dante e l’Ariosto [Petrarca].
Nel terzo compartimento sotto gli alti coturni a simboleggiare i poeti tragici, stanno Euripide, Sofocle, Eschilo, Seneca, Bambasio cioè il reggiano Gabriello Bombasio o Bombace, cugino dell’Ariosto e autore della tragedia «L’Alidoro» con preludi, intermezzi e a soli musicali, rappresentata il 2 novembre 1568 in una sala dell’antico palazzo del Comune (ora Monte di Pietà), e infine il Valla non citato dal Miari e forse aggiunto in seguito.
Nel quarto compartimento sotto a socchi ora scomparsi simboleggianti i poeti comici, sono rappresentati Aristofane, Plauto, Bibbiena, cioè Bernardo Dovizi detto il Cardinal Bibbiena dalla sua città natìa, Ariosto [Ennio].
Scomparsa la figura di Terenzio.
Nel quinto compartimento sopra un alto colle giacciono Bione Museo, Teocrito, nuovamente Virgilio, il Sannazzaro [Boiardo] e un altro personaggio romano [Ariosto?] non nominato nel testo del Miari.
Nel sesto compartimento ove passeggia un satiro (poeti satirici) sono raffigurati Orazio, Persio, Giovenale, Lodovico Parisetti altro autore reggiano imitatore di Lucrezio (poema la «Theopacia ») e di Orazio (sei libri di epistole), l’Ariosto [Aretino], Bentivoglio e il Tansillo quest’ultimo non citato dal Miari e quindi aggiunto in seguito.
Nel settimo compartimento in cui dimora il gran cavallo alato ora scomparso, stanno Ausonio, Marziale [Guidius?], e fra i due siede Cecilio Lanci.
Nell’ultimo, ottavo compartimento sul cui monte siede una donna piangente, anche questa scomparsa, a simboleggiare i poeti elegiaci, si notano Callimaco, Tibullo, Properzio, Ovidio, Catullo, e Gallo, che il Miari indica erroneamente come il Castiglione.
Queste pitture sono state attribuite a Niccolò Dell’Abbate, che lavorò in Emilia dal 1540 al 1551 e sicuramente nelle decorazioni della casa Fiordibelli (ora Menozzi) e della casa Pratonieri in via del Montone (attualmente via Carducci e via S.
Giuseppe) in Reggio (2).
A parte lo studio stilistico che non conforta pienamente l’attribuzione, si può osservare che un personaggio reggiano rappresentato, il Bambasio ossia Gabriello Bombasio o Bombace, la cui fama era legata allo strepitoso successo della sua tragedia L’Alidoro, rappresentata, come abbiamo visto, per la prima volta in una sala del Monte di Pietà il 2 novembre del 1568, ci può dare un sicuro termine post quem, che ci permette di escludere l’esecuzione pittorica del Camarino dei poeti a Niccolò Dell’Abate, perché questi in quell’anno si trovava a Fontainebleau, qui arrivato nel 1552 e dove morì nel 1571.
Anche da parte di due qualificate e più recenti studiose di Niccolò dell’Abate, Silvia M.
Béguin, assistente al Dipartimento di Pittura del Museo del Louvre e Amalia Mezzetti, sopraintendente alle Gallerie d’Arte medioevale e moderna di Modena e Reggio, gli affreschi del Mauriziano non vengono citati fra le opere del pittore modenese.
La volta è decorata con festoni di foglie e nelle sedici lunette affrescate di cui alcune successivamente rifatte di sana pianta, è narrata la novella boccaccesca di Griselda (G.
Boccaccio 11 Decamerone, giornata decima, novella decima) la giovane pastorella piemontese che attraverso le più assurde e crudeli tribolazioni e sofferenze volle dimostrare il suo amore e la sua assoluta dedizione per lo sposo, il marchese Gualtieri.
Il fregio che corre intorno alla stanza, al di sopra del leggero cornicione, reca questa iscrizione:

HIC OLIM LUDOVICUS NATUS REGII ANNO MCCCCLXXIII
EX COMITE NICOLAO DE ARIOSTIS URBIS GUBERNATORIS ET DARIA DE MALAGUTIIS
CUM MUSIS SE OBLECTABAT CIRCITER ANNO MDIII

Due seggiole e una poltrona antiche, ricoperte in pelle e una seggiola in legno intagliato ne costituiscono l’arredamento.
Questi mobili, come tutti gli altri esistenti nelle stanze dell’Ariosto, vi furono collocati nel 1874 (salvo il baule con lo stemma gentilizio in ferro dei Malaguzzi di recente depositato) senza avere naturalmente la pretesa di accordarsi con l’ambiente, se ne togliamo la bella cassa ornata della fine del sec.
XVI.
La stanza vicina, detta dall’inventario del 1583 camerino dell’Ariosto (a sinistra per chi viene dal pianterreno) presenta la stessa distribuzione decorativa della descritta con foglie e fiori nella volta, ma (2) Gli affreschi di casa Fiordibelli in parte deteriorati, si trovano sulla parete di una antica loggia, nel cortile interno.
L’affresco, anch’esso guasto, della casa Pratonieri rappresentante un <~ Concerto = si trova attualmente nella quarta sala della Civica Galleria Fontanesi, ivi collocato quando vi aveva sede la Scuola di Disegno fra gli operai.
Recentemente questi affreschi vennero restaurati e riportati su tela a cura della Sopraintendenza alle Gallerie di Modena e Reggio.
è un po’ più vasta, come la terza.
Sul camino, sorretto nelle spallette da due pilastri corinzi scannellati reggenti una pesante cornice classica che rileva il tagliapietra mediocre ma al corrente delle esigenze dell’arte nuova, domina lo stemma della famiglia dei proprietari, fiancheggiato dalle inevitabili fettucce a ondulamenti e con la data 1432 un altro stemma, molto più tardo, recante le chiavi del gonfalonierato è dipinto sulla cappa del camino.
Su le pareti si svolgono scene di caccia, fantastiche vedute di castelli, paesaggi e giardini, divisi fra loro da finti pilastri in ricorrenza ai peducci delle volte.
Nel fregio della trabeazione sono ricordati l’Ariosto e la sua dimora nel luogo in una lunga scritta quasi per intero scomparsa:

ARIOSTUS CUM MUSIS...DELECTABAT... EX VIRO NICOLAO ARIOSTO GUBERNATORE REGII.

Le quindici lunette anch’esse in massimo grado rifatte e manomesse come tutti gli affreschi di questa stanza, sono ornate di una complicata e incomprensibile storia amorosa.
Il mobilio è costituito da una seggiola e una poltrona antiche ricoperte di pelle, da due seggiole in legno antiche, da un tavolo antico con calamaio e polverino antichi, da una bella cassa scolpita della fine del sec. XVI, da due alari nel camino.
Sopra un cavalletto è il ritratto di Lodovico Ariosto, copia recente del dott. Cesare Rossi, dal quadro di Dosso Dossi.
Sopra il tavolo in una teca di cristallo, è esposto un frammento d’ossa di Lodovico Ariosto, raccolto durante la ispezione dei suoi resti mortali e il loro trasporto dalla chiesa di San Benedetto alla Biblioteca pubblica, avvenuti a Ferrara nel 1801.
Accanto vi è una copia fotostatica del documento originale che attesta l’autenticità del cimelio e una dichiarazione del proprietario dott. Giuseppe Turri (3).
La terza stanza (a destra per chi viene dal pianterreno), con lo stesso volto a lunette, è provvista anch’essa di un camino, senza altre decorazioni che pittoriche fra cui spicca un grande stemma a sagoma barocca sormontato dal cappello cardinalizio, sulla cappa.
Anche questa stanza ha una serie di finti pilastri fra i quali si svolge, in tre riquadri, il combattimento fra Orazi e Curiazi, Orazio Coclite al ponte, il magistrato che infigge il chiodo nel tempio di Giove, con gran sfoggio, nei fondi, di un rudere romano, di castelli e di edifici ornati di puro stile del secolo XVI.
Le restanti pareti rappresentano scene di rovine romane e paesaggi.
Sopra una di esse alla fine del XVIII secolo fu dipinto l’albero genealogico della famiglia (ormai quasi tutto scomparso) fino ad Ippolito Malaguzzi e la data 1777.
La storia delle quindici lunette tratta, secondo alcuni, episodi di caccia o varie avventure di un uomo, accompagnato da due cani e una belva, in cerca della donna amata che alla fine viene ritrovata.
Più recentemente si è voluto vedere una serie di immagini allegoriche, influenzata da moduli diversi e fra (3) Il documento originale esiste presso l’archivio dei Civici Musei, dove si trovava il cimelo ariostesco.
loro fusi, in parte dalla Biblia Pauperum e in parte dalla Comedia dantesca.
In alto, sotto le lunette al di sopra delle pitture, sono appesi ricchi festoni di frutta e ortaggi, dipinti con virtuosità, e nel centro della volta vi è una gustosa figura di Mercurio.
E’ questa la stanza chiamata dal poco colto notaio del 1583 «delli Horatij Coclidi ».
L’arredamento è costituito da due seggiole e una poltrona antiche ricoperte di pelle, da un baule cilindrico antico in legno con orlature e serrature in ferro e un applique pure in ferro portante lo stemma gentilizio dei Malaguzzi.
Questo oggetto in dotazione dei Civici Musei, è stato pochi anni fa depositato nel Mauriziano.
Nel camino sono collocati due alari antichi.
La decorazione a ricchi festoni di frutta, di foglie, di fiori delle volte come pure le lunette dipinte dovevano esistere già all’epoca in cui l’Ariosto abitava, se pur saltuariamente, «il palazzo», mentre le pitture delle pareti sarebbero state eseguite parecchi anni dopo la morte del poeta e più precisamente fra il 1570 e il 1580 su commissione del conte Orazio Malaguzzi.
L’ultimo ricordo ariostesco è testimoniato dalle due lapidi che, con versi latini dettati nella prima metà dell’Ottocento dall’avv.
Jacopo Bongovanni, fregiano la facciata di un edificio dove sulla destra e di fronte alla chiesa di S.
Maurizio, sorgeva ai tempi di Lodovico Ariosto, un mulino perennemente alimentato dalle acque del vicino torrente Rodano.
L’antica macchina ad acqua è ora scomparsa per lasciare il posto ai sistemi più moderni e il suo richiamo è rappresentato oltre dai noti versi già citati dell’Ariosto, da un disegno ad acquatinta eseguito nella prima metà dell’Ottocento dal pittore reggiano Prospero Minghetti e conservato nelle collezioni del nostro Civico Museo.




   
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